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Propaganda terroristica: la difesa chiede l'assoluzione

Processo al TPF di Bellinzona: ieri la procuratrice federale ha proposto due anni di carcere con la condizionale per i tre dirigenti del CCIS

BELLINZONA - La difesa dei tre dirigenti del Consiglio centrale islamico della Svizzera (CCIS) sotto processo da ieri al Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona per propaganda terroristica ha chiesto oggi l'assoluzione dei suoi assistiti. Per via del Ramadan (il mese islamico del digiuno) la comunicazione della sentenza è stata rimandata dal 25 maggio inizialmente previsto al 15 giugno.

Ieri la procuratrice federale Juliette Noto aveva chiesto per i tre una pena di due anni di carcere con la condizionale, con un periodo di prova di cinque anni.

Secondo i difensori il pubblico ministero non è riuscito a dimostrare che il predicatore saudita Abdallah al-Muhaysini - intervistato in Siria nell'ottobre 2015 da uno degli imputati, Naim Cherni, e mostrato in uno dei due video diffusi dal CCIS che sono al centro di questo processo - fosse davvero un membro di al-Qaida o di un gruppo associato. Ne consegue che non c'è stata violazione della legge federale che vieta le organizzazioni terroristiche al-Qaida, Stato islamico (Isis) e organizzazioni associate, come sostenuto dalla pubblica accusa.

I due video contestati rientrano certamente nella categoria del "giornalismo compiacente" e di scarsa qualità, ha concesso Michael Burkard, avvocato del 26enne tedesco residente a Berna Naim Cherni, "produttore culturale" del CCIS. Egli ha tuttavia fatto valere per il suo assistito il diritto fondamentale alla libertà di opinione e informazione.

Lorenz Hirni, difensore di Qaasim Illi, responsabile della comunicazione del CCIS, ha evidenziato le carenze della legge federale su cui poggiano le accuse. Essa - ha rilevato - non vieta la jihad, o guerra santa islamica. Dunque - ha aggiunto - non tutti i gruppi islamisti o jihadisti e la loro propaganda rientrano per forza nel mirino di questa legge in vigore dal primo gennaio 2015, che prevede il carcere fino a cinque anni o pene pecuniarie per chi fa parte delle organizzazioni terroristiche vietate o promuove le loro attività. Jihad o salafismo non significano terrore, ha peraltro sottolineato Hirni.

Lukas Bürge, difensore del presidente del CCIS Nicholas Blancho, ha sostenuto infine che il CCIS, di cui l'imputato è presidente, con i due video ha voluto impedire che dei giovani si affiliassero allo Stato islamico. Si è scelto Winterthur per la prima proiezione dei due video (nel dicembre 2015), proprio in funzione anti-Isis, perché era noto che nella città zurighese erano stati radicalizzati alcuni giovani. Bürge ha poi rilevato che essere contro l'Isis non significa essere a favore di al-Qaida.

La tesi sempre sostenuta dai tre imputati e da loro ribadita oggi nell'epilogo del processo - dopo essersi rifiutati in precedenza di rispondere alle domande della procuratrice e della corte - è che Abdallah al-Muhaysini non sia mai stato un alto rappresentante di al-Qaida o della sua succursale siriana an-Nusra come sostenuto dall'accusa, ma un "costruttore di ponti" tra i vari gruppi ribelli siriani e un attivo oppositore dello Stato islamico. Cherni avrebbe dunque "giudicato appassionante e anche utile nella lotta contro la narrativa" dello stesso Isis una conversazione con lui sulla questione.

I tre avvocati hanno chiesto per i loro assistiti, oltre al proscioglimento, un risarcimento simbolico di 200 franchi e che le spese giudiziarie vadano a carico dello Stato.

Nella sua replica la procuratrice Noto ha ribadito le sue tesi della vigilia sul carattere propagandistico dei due video pubblicizzati sui social media e ha stigmatizzato la "campagna pubblica" del CCIS intesa a rappresentare le autorità elvetiche come islamofobe.

17 maggio 2018 17:21
ats


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