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“Segnai un gran gol all'incrocio dei pali”

L'intervista all'ex calciatore della Nazionale elvetica Marco Schällibaum, che ripercorre l'ultimo successo elvetico contro il Belgio

LUGANO - Dici Marco Schällibaum e i ricordi del tifoso ticinese si accavallano: già, perché il mister ha allenato a Bellinzona, Lugano e Chiasso. Ma noi oggi vogliamo andare ancora più indietro. Al 9 novembre 1983 per la precisione: «Schälli» era un giovane calciatore e indossava la maglia rossocrociata. La Svizzera affrontava il Belgio. Come finì? I nostri vinsero 3-1 e Schällibaum firmò la prima rete dell'incontro. «Un gran gol» ricorda. Bene, quel successo fu l'ultimo al cospetto dei Diavoli Rossi.

Allora, Marco. Partiamo proprio da quel 3-1 rifilato al Belgio. Che ne dice di ricostruire la sua rete d'apertura?

«Ho 56 anni, eppure se ripenso a quel giorno mi sembra ieri. D'altronde non è complicato ricordare i miei gol, visto che in Nazionale ne segnai solamente due. Uno al Belgio e l'altro a Bogotà contro la Colombia. Non per vantarmi, ma la rete ai belgi fu davvero bella. All'epoca ero terzino sinistro, però segnai di destro. Per giunta all'incrocio dei pali. È tutto vero, cercate su Internet».

Il Belgio di oggi è una superpotenza del calcio mondiale, tuttavia era un osso duro già negli anni Ottanta. Vero?

«Eccome. Un esempio? Il portiere che raccolse il mio pallone in fondo alla rete si chiamava Jean-Marie Pfaff. Rispetto ai Diavoli Rossi attuali quelli degli anni Ottanta avevano forse meno tecnica. Ma erano determinatissimi. E picchiavano. La nostra fu una vittoria prestigiosa. La partita valeva per le qualificazioni agli Europei del 1984».

Che giudizio darebbe al suo percorso in Nazionale? Non è da tutti collezionare 31 presenze e 2 gol.

«Lo definirei un bel percorso. Sono allo stesso tempo fiero e soddisfatto di quanto raccolto. Oggi il calendario è molto più fitto, mentre allora c'erano meno partite fra nazionali. In generale fu un periodo interessante per la Svizzera. Mancammo il grande obiettivo di una qualificazione al Mondiale o all'Europeo. Tuttavia, la squadra aveva qualità. Ho vissuto due ere, quella di mister Paul Wolfisberg e quella di Daniel Jandupeux. Mi trovai bene con entrambi».

Ha nostalgia se ripensa a quegli anni?

«Diciamo che prevale l'orgoglio. Sono stato soltanto un piccolo elemento nella grande storia della Nazionale, ma credo di aver dato il mio contributo. E di aver rappresentato al meglio il Paese. Sono un patriottico, un sentimentale. Sentivo le partite come pochi altri. Il cuore mi batteva già a 150 il giorno prima di una sfida importante. E poi le note dell'inno. Quante emozioni».

Chiudiamo con una curiosità: oggi chi è il Marco Schällibaum della Nazionale, sempre che ce ne sia uno?

«I paragoni sono sempre difficili, soprattutto se parliamo di epoche diverse e lontane fra loro. Sono passati trent'anni dalla mia ultima partita con la maglia rossocrociata, fra l'altro pure quella con il Belgio. Io ero un elemento grintoso tutto cuore e agonismo. Per quegli anni ero molto offensivo, pur giocando terzino. Mi spingevo tanto in avanti, alle volte anche contro i dettami dell'allenatore. Ma da qui a trovare un paragone ce ne passa. L'unico nome che mi viene in mente è quello di Stephan Lichtsteiner. Non per qualità tecniche, lui sta parecchi gradini sopra. Bensì per atteggiamento e voglia di spaccare il mondo».

10 ottobre 2018 06:00
Marcello Pelizzari


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