3/5

Nina, giovane, umiliata ma non sconfitta

In "Nome di donna" di Marco Tullio Giordana

La lucidità e la capacità di sintesi del regista milanese emergono anche nel suo nuovo lungometraggio Nome di donna che osa affrontare uno dei temi d'attualità più scottanti (le molestie sessuali nei confronti delle donne) senza però farsi tentare dalla voglia di scandalo che un simile soggetto potrebbe far nascere. Al contrario, Giordana e la sua sceneggiatrice Cristiana Mainardi danno vita a una vicenda dai toni molto contenuti, quasi timidi, ma che sa esprimere in maniera chiara e senza compromessi l'umiliazione alla quale sono sottoposte quotidianamente migliaia di donne sul posto di lavoro. Tutto nel film è sommesso, quasi sussurrato, mai urlato ma proprio per questo ancora più vero ed agghiacciante.
Nina (una convincente Cristiana Capotondi) è una giovane donna con una figlia di sette anni nata da una relazione finita male e che oggi può contare su un compagno con il quale preferisce avere un rapporto a distanza, senza conviverci. Per guadagnarsi la sua indipendenza, trova lavoro in una residenza per anziani molto benestanti situata in una dimora signorile perduta nella campagna lombarda, dove le viene messo a disposizione anche un alloggio. Accolta con diffidenza dal prete che si occupa del personale (Bebo Storti) e dalle colleghe che la guardano di traverso, Nina si rende subito conto che in quel luogo si respira un'atmosfera di sospetto e di paura. Una sensazione che si concretizza quando una sera, dopo aver terminato il proprio turno di lavoro, viene convocata nell'ufficio dell'anziano direttore (Valerio Binasco) che le fa delle avances alle quali Nina oppone resistenza. Scioccata, si confida con il proprio compagno e – dopo non poche esitazioni – si affida alle responsabili giuridiche del sindacato che raccolgono la sua testimonianza allo scopo di smascherare un personaggio ambiguo ma che, grazie alle sue protezioni in ambito clericale e politico e alla sua irreprensibile reputazione, nessuna donna è mai riuscita a trascinare davanti a un giudice.
A questo punto della vicenda Nome di donna diventa in gran parte un film processuale ma neppure in questo frangente perde le sue caratteristiche stilistiche mettendo ad esempio a confronto due avvocatesse che hanno scelto di impegnarsi su fronti contrapposti. Il finale è positivo per quanto riguarda la storia di Nina, ma Marco Tullio Giordana non esita a inserire un post-finale amaro che ci ricorda quanta strada resti ancora da fare alla nostra società per superare tutti i pregiudizi di cui sono vittima le donne e quanto l'arroganza del potere abbia ancora le mani troppo lunghe.

  Il trailer del film

07 marzo 2018 23:45
Antonio Mariotti


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